"The impossible exists only until we find a way to make it possible" Mike Horn

martedì 21 ottobre 2014

Estratto da "Dominique": Mathis

All rights reserved.
(...) Mathis era riuscito a realizzare sia pure con gran fatica il desiderio di diventare archeologo e da poco aveva avuto un importante assegno di ricerca alla Sorbona.
Lo vidi arrivare affannato e di corsa come sempre.
“Ciao Dominique! Scusa il ritardo, ma sono cominciate le sessioni estive e il dipartimento è in delirio. Il professore è furibondo perché secondo lui il livello di preparazione dei ragazzi è bassissimo e sta bocciando davvero tanto. Il risultato è che ci stiamo trovando file di studenti disperati all’orario di ricevimento.”
“Ha ragione?” chiesi.
“Bah! Il livello di preparazione negli anni anziché aumentare è certamente diminuito. Non so se è colpa nostra; se, distratti da mille impegni, non riusciamo a dar loro sufficiente supporto o se non riusciamo a trasmettere la passione per queste materie. In generale, però, vedo che raramente c’è reale voglia di approfondire, di acquisire gli strumenti necessari per diventare un vero archeologo. Vedo superficialità e soprattutto poca voglia di sacrificarsi per conseguire gli obiettivi. Eppure quei sacrifici dovrebbero essere sorretti dalla passione per l’archeologia. Diversamente non avrebbe neanche senso iscriversi ad una facoltà come questa che di sacrifici ne richiede tanti sotto ogni aspetto. Tu l’hai visto, Dominique, quanto mi è costato e quanto mi costa tutt’ora fare questo lavoro, ma ciononostante sono sempre andato avanti per la mia strada facendo del mio meglio”.
Lo guardavo mentre parlava, i capelli scompigliati e l’aria stanca e accaldata, e pensavo al senso delle sue parole.
Sorrisi immaginandomelo sotto il sole cocente dell’Egitto durante gli anni della gavetta in cui, insieme ad altri studenti, armato di vanghe e scarponi, veniva impiegato per portare avanti nuovi scavi. Quello stesso ragazzo che poteva sopportare i trek e le scalate nel gelo e nella neve, non poteva tollerare minimamente il caldo, come testimoniava la sua aria stravolta in quella calda giornata di luglio. Ma sapevo che non erano, certamente, solo quelli i sacrifici cui faceva riferimento.
Per riuscire a guadagnarsi un posto all’Università, in un ambiente chiuso come quello degli archeologi, Mathis aveva dovuto fare immensi sacrifici; aveva dovuto studiare e lavorare duro più di chiunque altro; aveva dovuto tollerare soprusi e angherie di ogni genere. Il professore, con cui aveva collaborato sin dall’inizio e che ne apprezzava moltissimo le qualità intellettuali e la passione, non era riuscito a proteggerlo da ingiustizie che ne avevano rallentato la carriera; soltanto con il mutare di alcuni equilibri alla Sorbona, i suoi sforzi erano stati finalmente premiati consentendogli di ottenere i meritati riconoscimenti.
Ma sapevo anche che, in parte, quei riconoscimenti non avrebbero potuto ripagare Mathis di qualcosa che nessuno gli avrebbe più restituito: durante il dottorato aveva conosciuto Ariel, una ragazza parigina che studiava arte contemporanea; insieme erano diventati una coppia unita e affiatata, a dispetto dei lunghi periodi che erano costretti a trascorrere  lontani ogni volta che Mathis veniva inviato dall’Università in nuovi luoghi di scavo.
Un anno, però, fu chiamato a partecipare a dei lavori in Africa per il recupero di reperti probabilmente di epoca preistorica, rinvenuti da un esploratore del National Geographic in un'area giudicata sino a quel momento inaccessibile.
Per Mathis era l'occasione della vita; avrebbe potuto sovrintendere uno scavo la cui importanza era considerata eccezionale, anche in considerazione del luogo del ritrovamento che avrebbe potuto aggiungere nuovi tasselli alla ricostruzione delle migrazioni preistoriche attraverso l’attuale continente africano.
L’apertura del nuovo cantiere era stata particolarmente complessa per l’inaccessibilità del posto e per la difficoltà delle comunicazioni.
Per tre mesi Mathis era rimasto quasi del tutto isolato dal mondo; riusciva a parlare con Ariel soltanto una volta a settimana e non senza difficoltà, dopo alcune ore di cammino per raggiungere il villaggio più vicino.  All'improvviso, però, Mathis aveva cominciato a sentirla strana, il tono della sua voce tradiva un’agitazione e una tristezza che non le appartenevano, ma ad ogni domanda Ariel era evasiva. Mathis era preoccupato, non sapeva cosa pensare, temeva che la distanza la stesse allontanando; non sapeva che qualcosa di più terribile stava accadendo e che la situazione sarebbe improvvisamente precipitata.
Un giorno, arrivato al villaggio per la comunicazione settimanale, trovò un messaggio dei genitori di Ariel in cui gli chiedevano di contattarli urgentemente perché la ragazza stava male e lui doveva rientrare il prima possibile. Mathis fu preso dal panico; era passata quasi una settimana da quel messaggio. Aveva il cuore impazzito e con le mani tremanti compose il numero scritto sul biglietto sbagliando più volte. Infine la voce della sorella di Ariel gli rispose dall’altro capo del telefono: “Cloe, sono Mathis, ho letto il messaggio, cosa sta succedendo?”.
Cloe rispose con un filo di voce: “Mathis…Ariel…è morta…”.
Mathis rimase come paralizzato, la voce si era strozzata in gola.
Cloe piangeva “Mathis è successo all’improvviso. Dopo un paio di settimane dalla tua partenza è svenuta, i colleghi l’hanno portata in ospedale e dagli accertamenti è emerso che aveva una gravissima forma di neoplasia del sangue. Ma non pensavamo che sarebbe successo tutto così velocemente. Anche Ariel non lo pensava, per questo non ti ha detto niente. Non voleva che ti preoccupassi, non voleva che tornassi per lei. Continuava a ripetere che per te era un’occasione troppo importante e che se fossi tornato la tua carriera avrebbe potuto essere compromessa. Era convinta di riuscire a salutarti, ma le sue condizioni sono peggiorate all’improvviso. Abbiamo provato a contattarti, ma non ci siamo riusciti. Mathis sei stato il suo pensiero, fino all’ultimo momento…”.
Ma Mathis non ascoltava più, reso sordo e inerme da un dolore improvviso e insopportabile.
Una rabbia enorme lo assalì, maledisse quel luogo e quel lavoro che l’avevano portato lontano quando più di qualsiasi altro momento avrebbe dovuto essere a Parigi; maledisse se stesso per non aver capito cosa stesse succedendo ad Ariel.
Mancavano due settimane al rientro previsto in Francia, solo due settimane. Perché Ariel non aveva resistito?
Non vedendolo tornare, i suoi colleghi si allarmarono ed un gruppo si mise in cammino per cercarlo. Arrivarono al villaggio che il sole era tramontato e lo trovarono ancora seduto accanto al ricevitorie del telefono con il volto stravolto. A stento riuscì a raccontare l’accaduto. Il gruppo di ragazzi prese in mano la situazione; contattarono il professore che dirigeva i lavori ed  organizzarono il rimpatrio immediato di Mathis.
Il rientro a Parigi fu terribile così come lo furono i mesi successivi.
Mathis sembrava aver perso del tutto la sua vitalità ed anche l’archeologia era diventata uno spettro nero cui sfuggire piuttosto che la passione di una vita da cui trarre forza ed energia.
Ma poco a poco reagì e si rese conto che non avrebbe potuto gettare nel nulla il sacrificio che Ariel aveva fatto: avrebbe ripreso il suo percorso e lo avrebbe fatto con la dedizione e l’impegno di un tempo, l’avrebbe fatto per Ariel.
Mentre parlava, adesso, era sereno, era tornato il ragazzo di un tempo; certamente con una ferita profonda la cui cicatrice negli anni avrebbe continuato a provocargli dolore, ma stava andando avanti, aveva ripreso in mano la sua vita e la stava vivendo nel modo migliore che poteva riuscirgli. (...)

mercoledì 1 ottobre 2014

Racconto breve: La sfida di Jörg

(All rights reserved)
Andrea scorreva rapido il giornale come ogni mattina, mentre sorseggiava il suo consueto caffè nero senza zucchero, quando fu colpito da una notizia: Jörg, figlio di un alpinista di fama mondiale, avrebbe scalato di lì a poco l’invincibile parete Nord dell’Eiger in solitaria, senza imbraghi e corde di sicurezza. Fino a quel momento nessuno aveva osato tanto.
Andrea aveva conosciuto Jörg alcuni anni prima in occasione di un’altra nota impresa di un alpinista italiano ed erano rimasti successivamente in contatto.
Quando la redazione della rivista per cui lavorava gli propose di seguire l’ascensione in diretta non ebbe esitazione e partì subito per Grindelwald.
Jörg era schivo e rifuggiva qualsiasi contatto, in particolare con i giornalisti e gli altri alpinisti che nelle ultime settimane l’avevano accusato di follia, egocentrismo e superficialità. Rivedere Andrea in quell’ambiente ostile fu per lui un sollievo, si ritrovarono con la gioia di due vecchi amici e trascorsero insieme i giorni antecedenti l’impresa.
La notte precedente la scalata, i due ragazzi sedevano in silenzio all’esterno della guesthouse alla base del ghiacciaio. Il cielo era limpido e si riuscivano a scorgere nitidamente le stelle; le cime bianche dell’Eiger, del Mönch e della Jungfrau erano illuminante dalla luce della luna nuova. Sotto quella luce sembravano così imponenti, maestose, regali. Ma non facevano paura, l’Orco non sembrava meritevole della sinistra fama di ghiacciaio assassino. Ispirava rispetto come solo la montagna sa fare. E loro erano lì, assorti in quella sensazione di pace e di calma.
Jörg ruppe il silenzio, “tutti mi chiedono perché lo voglio fare. Mi hanno dato del pazzo, del fanatico, dell’eroe. Ma non è per questo che lo faccio.  Io non devo dimostrare niente a nessuno; non ho bisogno di catalizzare l’attenzione, di sentirmi dire “bravo” e tantomeno mi spinge il desiderio di eguagliare o surclassare mio padre. Per me, Andrea, la montagna non è un oggetto e scalare non è un mezzo di affermazione. Non c'è nessun luogo e nessun momento al mondo in cui mi senta libero come nelle ore trascorse sulla roccia nuda o tra i ghiacci.  Ti stanchi, corri dei rischi, a volte ti fai anche male, ma la sensazione che provi ogni volta che scali una parete è davvero insostituibile”.
“Capisco le tue sensazioni, le vivo anche io da alpinista, ma non capisco perché spingersi sino al punto di rischiare la vita. L’Eiger è sempre stato il sogno di tutti e anche io desidero scalarlo, ma se già è così pericoloso farlo in sicurezza, perché hai deciso di andare così oltre? Perché farlo in solitaria?”
“Perché in quel momento ti senti completamente libero; ci sei tu e c’è la parete che stai scalando, senza legacci, senza impedimenti. Immagina di correre su un prato con delle corde che ti trattengono e poi, improvvisamente, sentire le corde che si sciolgono, le gambe e le braccia libere… scalare in solitaria ti dà la stessa sensazione, lo stesso slancio vitale. E’ difficile da spiegare ma mai come in quei momenti avverto un senso di completezza. Ti senti davvero parte della parete, come fossi una sua naturale appendice. Non hai paura, senti che non può accaderti nulla. Sei pervaso da un senso di profonda fiducia. Fiducia nella montagna, fiducia in te, nei tuoi piedi e nelle tue mani. E conta solo quello. Scali sentendo solo il rumore del vento e dei tuoi battiti. E quando arrivi in cima, non è il senso di vittoria sui pericoli della natura quello che provi. E’ un senso di calma infinita, di appagamento, di pienezza”.
“Ma non è anche un modo per dimostrare a te stesso che ce la puoi fare? Non c’è una componente di sfida o di vanità?”
“Vanità senz’altro no. Una componente di sfida c’è ma non con la natura. La montagna non è da sfidare e sconfiggere. La montagna va rispettata e approcciata con umiltà. L’errore di molti alpinisti è quello di non rendersi conto di questo e da ciò derivano anche molti incidenti. L’uomo ha sempre avuto la cieca e ottusa presunzione di poter fare della natura ciò che voleva ma, ripeto, il rapporto così impostato è sbagliato. Perderai sempre. Devi sapere quando fermarti. Devi sapere quando tornare indietro, quando rinunciare. Non devi mai sottovalutare i segnali che la montagna ti dà e devi accettarli. Io amo scalare più di ogni altra cosa al mondo ma la vita non vale una montagna.  La sfida, sai Andrea, è un’altra e forse anche per te è così: la sfida è con te stesso. Ma non nel senso di voler dimostrare di essere il più bravo, il più resistente ed il più forte di tutti. La sfida è con la tua paura e la tua umanità. Scalare ti aiuta a conoscere te stesso, a misurare le tue capacità, a valutare le tue attitudini e a superare i tuoi limiti. Ti aiuta a crescere e a raggiungere una maggior consapevolezza di te. E questo ti aiuta in montagna come nella vita di tutti i giorni. In montagna ti consente di ottenere risultati che prima ti sembravano irraggiungibili; nella vita di tutti i giorni ti fa capire qual è la tua posizione nel mondo, ti dà una maggiore capacità di concentrazione sugli obiettivi, maggiore sicurezza e, per certi aspetti, anche maggiore leggerezza nell’affrontare le cose.  Impari a dare il giusto peso a tutto. Ci sei tu e lo senti, ti senti in ogni cellula, in ogni pensiero e sai che non potrai perderti mai”.
“Perché proprio l’Eiger?” chiese Andrea.
“Perché lo sogno fin da quando ero bambino. In Austria come in Italia ci sono decine di montagne meravigliose, ma la prima volta che l’ho visto ho sentito che volevo scalarlo. E tre anni fa l’ho scalato per la prima volta; negli anni successivi ho percorso diverse vie, ma la Via Heckmair è rimasta nel mio cuore. E’ una via intensa, piena di vita, senti la roccia pulsare ad ogni movimento. Il passo dallo scalarla con le corde a volerla vivere in solitaria è stato breve. L’ho desiderato subito e non mi son tolto più quel pensiero dalla testa fino a qualche mese fa, quando ho sentito che quel momento era arrivato, che ero pronto per poterlo fare. L’età giusta, la giusta preparazione fisica e mentale”.
“E tuo padre cosa ne pensa? Ha glissato con la stampa”.
“Sì, alla stampa si è limitato a dire che era una mia scelta e che ogni alpinista è responsabile delle proprie decisioni. A casa abbiamo discusso, ad un certo punto abbiamo anche litigato. Mi ha detto che era una pazzia, ma lo ha detto solo perché sono suo figlio. In cuor suo, lo so che ha capito, che ha capito le ragioni che mi hanno spinto ad affrontare questa impresa. So che è spaventato come lo sarebbe qualsiasi genitore, forse anche di più; ma quella parete l’abbiamo scalata insieme e sa che ce la posso fare”.
Quel momento di confidenza lasciò ad Andrea una sensazione positiva. Tuttavia aveva bisogno di capire meglio quel ragazzo introverso e aveva bisogno di guardare oltre l’apparenza di una sfida che sapeva di superbia.
Andarono a dormire.
La notte Andrea non chiuse occhio e all’alba sgusciò dalla sua camera. Uscì all’esterno e rimase senza fiato nel guardare il panorama che gli si stendeva davanti. Il bianco delle cime riluceva nell’aria leggera e nei colori delicati di quelle  prime ore del mattino.
Dopo poco anche Jörg si alzò, lo raggiunse e si salutarono silenziosamente con un cenno del capo. Il momento era quasi arrivato. L’aria era densa di emozione, adrenalina, timore.
I primi giornalisti cominciarono ad arrivare, le prime videocamere si accesero ad immortalare il paesaggio.
Jörg in breve fu pronto per la partenza, era calmo e concentrato. Lanciò all’amico giornalista uno sguardo carico di energia e fiducia; quella stessa fiducia di cui gli aveva parlato il giorno precedente.
Andrea si posizionò dove meglio poteva seguire l’ascensione.
Jörg attaccò dalla variante a destra del Primo Pilastro, procedendo velocemente per i primi corti gradini, le cenge e i canali sino al Pilastro spezzato.
E da qui il traverso orizzontale verso destra sino all’inizio della Fessura Difficile e poi sempre più velocemente verso l’alto, attraverso i passaggi chiave: le lisce placche del Traverso di Interstoisser, il bivacco del Nido di rondine e subito  dopo il primo ed il secondo Nevaio.
Jörg saliva spedito con i soli ramponi e le piccozze. Era veloce, fluido, caparbio.
Superò agevolmente il Ferro da Stiro ed il Bivacco della Morte così chiamato per la tragedia del 1935 in cui due alpinisti tedeschi colti dal maltempo vi persero la vita.  Superò poi il Terzo Nevaio. Proseguii oltrepassando i punti successivi sino alla Traversata degli Dei procedendo poi, in orizzontale, fino al Ragno Bianco. Andrea ricordava bene la fama di quel punto e i pericoli che in quel punto non avevano risparmiato numerosi alpinisti in passato.
Jörg ne fu velocemente fuori superando il tratto più esposto, ma improvvisamente una scarica di sassi scese dall’alto sfiorandolo.
Andrea chiuse gli occhi, un silenzio di morte calò alla base del ghiacciaio e gli sembrò che il tempo si fermasse. Dopo interminabili istanti un urlo di gioia si levò nell’aria, riaccostò il viso al binocolo e vide Jörg in salvo; una minuscola cengia sopra di lui lo aveva protetto dall’impatto con i massi più grandi.
Andrea sentiva il cuore pulsare con forza, i battiti accelerati dall’ansia e dall’adrenalina. Jörg riprese senza ombra di esitazione la sua corsa sul ghiaccio, una piccozza avanti l’altra, dritto fino alla luminescente fessura di quarzo.
La parte più rischiosa era superata.
Il giovane alpinista proseguiva ormai inarrestabile su per i Camini terminali, lungo l’affilata e instabile cresta di neve tra le pareti Nord e Nord Est.
Mancava pochissimo. Un piccolo errore sarebbe stato fatale, ma Andrea non voleva e non poteva pensare in negativo.
L’obiettivo era vicino, l’impazienza cresceva.
Jörg raggiunse il Nevaio Finale e poi la Mittellegigrat, affondando pericolosamente nei cumuli di neve fresca. La fatica stava prendendo il sopravvento, arrancò, cadde ma in un guizzo di energia fu di nuovo in piedi.
Andrea tratteneva il respiro.
Mancavano pochi metri, vide Jörg cadere ancora ma veloce rialzarsi e in un’ultima stremata corsa conquistare la vetta. Ce l’aveva fatta, era in cima!
Lo vide esultare con le braccia alzate.
Intorno ad Andrea si levò un urlo liberatorio. Un clima di festa e di gioia si diffuse tra la folla di giornalisti e curiosi che si erano accalcati per assistere all’ascesa.
Quando Jörg rientrò alla base era davvero raggiante. Suo padre che fino a quel momento era rimasto in disparte, gli corse incontro e lo strinse orgoglioso.
Fu davvero un’esperienza meravigliosa, non solo perché Andrea poté raccogliere la testimonianza di un’impresa significativa a livello alpinistico, ma anche e soprattutto perché gli aveva fornito un punto di vista d’eccezione da cui guardare il rapporto uomo-montagna. In un ambiente in cui troppo spesso la competizione diventa l’elemento preponderante e la montagna un mero terreno per dimostrare la propria bravura, questo ragazzo, con il suo approccio schivo e umile, aveva regalato una nuova prospettiva al mondo dell’alpinismo ed aveva altresì mutato la fama di quel ghiacciaio: imponente, temibile, ma non più irraggiungibile e mortale.