"The impossible exists only until we find a way to make it possible" Mike Horn

mercoledì 29 aprile 2015

Racconto breve: Le tele di Giulia

(All rights reserved) Le note di una vecchia canzone napoletana riecheggiavano soffuse nella sala ormai vuota, una musica d’altri tempi che si mescolava al vento leggero che agitava le tende di seta portando con sé il profumo delicato della notte.
Anche gli ultimi ospiti avevano lasciato il palazzo.
Giulia appoggiò le braccia nude sul marmo fresco della grande finestra che dava sul golfo addormentato, soltanto il chiarore delle stelle e delle lontane lampare dei pescatori ad illuminare la distesa d’acqua che si muoveva pigra. 
La giovane respirò a fondo l’aria densa di salsedine e, lasciandosi cullare dalle note di sottofondo, chiuse gli occhi. 
Era la prima volta che Giulia, incoraggiata dal maestro, esponeva i propri dipinti e non si aspettava tanto successo tra gli invitati. Era riuscita a vendere anche alcune tele, ancorché ad un prezzo molto inferiore al loro valore.
Per lei, così timida e schiva, era stata una battaglia prima di tutto interiore decidere di presentare al pubblico le proprie opere; e come se non bastasse aveva dovuto combattere a lungo con il padre che, pur avendo egli stesso promosso nella figlia l’amore per la cultura in ogni sua forma, non concepiva l’idea che la ragazza amasse la pittura al punto da voler rivolgere ad essa ogni sforzo. 
Il padre, nella vana speranza di disincentivare la tendenza artistica della giovane, era giunto persino a negarle i fondi per l’acquisto dei materiali necessari per la pittura. Ma Giulia non si era data per vinta e, anche grazie all’aiuto della sorella maggiore, era riuscita ad avere sempre a disposizione grandi tele da far vivere con il tocco di tempere ed oli.
E così non era raro incontrarla sulle scale della Chiesa di Sant’Antonio intenta a tratteggiare sagome di alberi e nuvole, a tradurre in colore attraverso pennellate brevi e decise il profumo dei fiori o il moto armonioso delle onde del mare; così come non era raro riconoscere il suo cappotto verde tra i vicoli dei quartieri spagnoli, assorta nel trasporre sulla sua tela il dolore e, allo stesso tempo, la sorprendente vitalità di quel mondo a sè, stretto tra il lungomare e la collina del Vomero.
Il dipingere non era, per Giulia, un esercizio di sterile riproduzione del mondo né un disperato tentativo introspettivo. Per lei la pittura rappresentava uno strumento di ricerca e cattura di un segnale di ottimismo in un’epoca, ed in una città, alla deriva. E questo era quel che si poteva cogliere negli accesi contrasti di colore che sapevano di vita e di morte, nelle pennellate incisive che sfumavano in tocchi di colore leggero racchiuso in forme quasi impalpabili.
Eppure non era solo la sua timidezza e la ferma opposizione del padre ad ostacolare il percorso artistico della giovane. 
Per un verso e per quanto incredibile, Giulia si trovava a combattere ancora contro un certo scetticismo verso la pittura femminile, quasi le grandi tele a olio fossero ancora una prerogativa tutta maschile. 
Certamente nei musei, nelle sovrintendenze e in genere nel mondo dell’arte molte donne si stavano facendo strada con successo, così come non mancavano grandi esempi del passato, ma la sensazione era che una reale parità fosse presente, più che nei fatti, principalmente negli scontati discorsi di politici e presunti cultori dell’arte.
D’altronde la necessità di parlare continuamente di parità non significava forse ammetterne l’inesistenza? E ciò ancor più quando lo sguardo volgeva fuori dall’Europa. Giulia non poteva non pensare all’offuscato panorama della pittura cinese sovrastato da un rigido e intramontabile maschilismo o alle difficoltà e alle continue minacce cui erano esposte le giovani pittrici afghane di cui aveva letto tante testimonianze. 
Accanto all’anacronistico scetticismo verso la pittura femminile, ciò che rendeva Giulia sempre più sfiduciata era il generale approccio all’arte che, in Europa come nel resto del mondo, stava prendendo il sopravvento, trasformandola in un aspetto sempre più marginale della vita dell’uomo, in un continuo trascendere verso il vano ed il volgare.
Sulla scia di queste riflessioni i suoi pensieri andarono ad una pittrice napoletana, nata verso la fine dell’Ottocento e divenuta nota nei salotti artistici di tutta Europa, sfidando la diffidenza dell’accademia da un lato ed il vuoto perbenismo dell’alta borghesia dall’altro.
Elda Genovesi era la donna e pittrice che, attraversando quasi un secolo di storia e di vita, aveva celebrato l’universo femminile e che, con il suo approccio grintoso e vitale, aveva vinto la sua personale battaglia riuscendo a vivere d’arte in un ambiente ed in un’epoca per tanti aspetti ostili. 
E a lei Giulia si era ispirata nei momenti di maggiore sconforto.
Assorta nei propri pensieri, la ragazza senti' d’improvviso la brezza trasformarsi in un brivido leggero sulle spalle nude, mentre lenta si levava una voce femminile ad accompagnare, quasi in un sussurro, le note che dall’impianto stereo si liberavano nell’aria.
Giulia si guardò attorno, ma non vi era nessuno accanto a lei nella stanza, né alcuno degli ospiti sembrava essersi trattenuto nel cortile. Sporse leggermente il busto fuori dalla finestra, spingendo lo sguardo nelle anse meno illuminate del giardino ed in un angolo, seduta su una panca accanto ad una magnolia, notò una donna dai lineamenti non più giovani che, avvolta in un abito pervinca, le sorrideva. Quest’ultima, con un cenno della mano, invito’ Giulia a raggiungerla nel giardino. 
La ragazza non ebbe esitazione e scese veloce le scale.
Quando raggiunse la donna nel giardino, Giulia riconobbe in quel volto l’espressione vivace e anticonformista della Genovesi, scomparsa ormai da trent’anni. 
“Vieni, siedi accanto a me!” disse la donna con voce allegra.
Giulia prese posto accanto a lei e senti’ che emanava una delicatissima fragranza di frangipani. 
La Genovesi esclamo’ sorridendo: “I tuoi quadri sono piaciuti!”.
Con una spontaneità che non le sarebbe appartenuta in altre circostanze e senza alcun timore, Giulia rispose: “E’ vero e questo mi rende felice”.
“Ma c’è qualcosa che ti turba, vero?” chiese la donna.
“La pittura fa parte del mio modo di essere, contribuisce a definirmi e avrei difficoltà ad immaginare una vita senza tele e colori. Ma mi addolora la percezione che non ci sia più spazio per l’arte, almeno secondo il mio modo di intenderla. Viviamo nella celebrazione dell’inutile, in un mondo in cui chiunque reclama per sè il titolo di artista, circondato da una platea acerba o ignorante che avvalora la legittimità di questa pretesa. Cio’ con l’esito che l’arte, quella vera, resta relegata in un angolo misconosciuta”. Fece una breve pausa, poi continuo’ nel suo sfogo. “E mi addolora la battaglia che ci ritroviamo a combattere quotidianamente contro una società che diviene sempre più gretta, meschina e violenta; una società che giunge  a ripudiare e distruggere l’arte ogniqualvolta essa sia portatrice di valori non condivisi. Così come mi sembra pura follia che le donne, certo in Oriente più che qui, debbano ancora accontentarsi di un ruolo secondario in qualcosa che è l’espressione di se’ e della propria visione del mondo, come qualsiasi altra arte”.
“Ma sono proprio queste le ragioni che dovrebbero spingerti a proseguire lungo la tua strada!” rispose Elda con impeto.
“Lo so, ma ci sono dei momenti in cui tutto questo è davvero frustrante. E non è solo per la materiale difficoltà di farsi strada e riuscire a sostentarsi, ma soprattutto per la frustrazione morale con cui sei costretto a confrontarti continuamente” disse Giulia con voce spenta.
“Prova a guardare indietro, Giulia. Pensi che la vita sia stata facile per me? Pensi che lo sia stata per la Frai o per Suzanne Valadon o per Maria Padula? Per tutte noi portare avanti la nostra passione ha implicato sacrifici. E non parlo soltanto della diffidenza per la pittura femminile; a mio avviso credo che quello sia stato per tutte noi il problema minore. La vera battaglia che tutte noi abbiamo combattuto, al fianco di tanti altri artisti, è stata quella per l’affermazione dell’arte in se’, come veicolo di comunicazione, come presa di coscienza e denuncia sociale, come strumento di cambiamento. Certo, ci sono state epoche in cui gli artisti hanno goduto di maggiore considerazione sociale, ma prova a ripercorrere la storia. Vedrai quanti momenti oscuri ci sono stati per la pittura, la scrittura e la musica. Ma questo non ha mai impedito agli artisti di continuare a credere nell’importanza dell’arte, quella vera, quella non banale, quella che non si lascia lusingare dalla celebrità effimera o dal potere politico” osservo’ Elda.
“Quel che dici è vero. Ma ho la sensazione che in questo periodo più che mai, in una società volgarizzata, l’arte sia diventata appannaggio di pochi e che, in generale, sia trattata quasi alla stregua di un hobby e non come strumento essenziale per analizzare, comprendere e mutare la realtà. Per i più l’arte esiste solo quando si prostituisce all’intrattenimento e così resta spazio solo per cio’ che consente un’immediata monetizzazione. Non vi è ricerca e apprezzamento per lo studio e la ricerca del nuovo e del particolare. E questo mi fa sentire che  il dipingere non possa essere altro che un meraviglioso passatempo, un modo per sentirmi viva, un modo di esprimere me stessa ma non di comunicare e di partecipare al mondo, perché diverso è il binario che il resto del mondo ed io percorriamo. Come posso comunicare qualcosa a qualcuno che non vuol vedere e sentire altro rispetto a cio’ che vive? Come posso partecipare al processo di cambiamento di un mondo che in realtà non vuol cambiare?” disse Giulia con profonda frustrazione.
“L’artista non ha perso la sua funzione sociale, Giulia. Anzi, è proprio nei periodi come questo, in cui la società sembra perdere la propria identità e la propria direzione, che il lavoro di denuncia, ed allo stesso tempo di ricerca e di studio, dell’artista diventa ancor più fondamentale. Adesso ti sembra di rimanere inascoltata, ma non è così. Tutto cio’ di cui, attraverso la tua arte, dai ogni giorno testimonianza, contribuisce a ricostruire la coscienza sociale” rispose Elda. Ed aggiunse con maggior dolcezza: “E questo avviene anche se tu non te ne rendi conto. Giulia, cara, lo so che è difficoltoso farsi strada ed è altresi' difficoltoso riuscire a sostenersi economicamente in un mondo in cui, come dici tu, c’è posto solo per chi abbraccia l’intrattenimento da monetizzazione immediata, ma se credi davvero nell’arte e nella sua funzione sociale, varrà la pena di sacrificare qualcosa della tua vita, giacché la ricchezza viene dalla consapevolezza che cio’ che crei sara’ eterno e che, con il tuo contributo, riuscirai a rendere forse migliore questo mondo. Ma questa è una scelta: nessuno esclude che tu possa voler scivolare nell’indifferenza, diventando cieca e sorda davanti alla realtà, o lasciando che le tue tele si impolverino rinchiuse tra le mura dello studio”.
Giulia si alzo’ dalla panchina e fece qualche passo verso la magnolia, i cui grandi fiori bianchi emanavano il loro caratteristico profumo dolce e penetrante. Non aveva sempre amato quel fiore per il suo significato? Non era la magnolia il simbolo della perseveranza? Quello che portava tatuato finanche sulla caviglia, come pro-memoria per i momenti in cui si sentiva sopraffatta dalle difficoltà. Accarezzo’ il tronco dell’albero.
“Si’ Giulia, devi continuare a perseverare” disse Elda quasi le leggesse nel pensiero. “Tu come tutti gli scrittori, i musicisti e gli altri artisti - quelli, come dici tu, degni di questo nome - che vivono quest’epoca difficile. Rinunciare all’arte significherebbe rinunciare a se stessi ed al proprio ruolo nella società”. 
La Genovesi si alzo’ a sua volta dalla panchina. “Servirà tanto coraggio Giulia e so che tu ne hai!” e rivolgendo alla giovane un ultimo sorriso, si volto’ scivolando lentamente nella notte. 
Le note della canzone d’improvviso cessarono.
Giulia si guardo’ attorno. Era sola. 
Era stato solo un sogno ad occhi aperti?
Guardo’ il fiore di magnolia che aveva tra le mani.
Non aveva importanza.
Le sue tele l’aspettavano. I suoi oli e le sue tempere avrebbero colorato la notte.  Quella notte e tutte quelle che sarebbero venute.
Perché il mondo potesse, un giorno, essere irradiato di luce nuova.